Gioco d’azzardo, 1 italiano su 2 è caduto in tentazione

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1 italiano su 2 ha provato almeno una volta un gioco d’azzardo. Ma il problema sono quelli che ne diventano dipendenti.

Le occasioni per la tentazione non mancano di certo se consideriamo che le nostre città sono disseminate di sale bingo, ricevitorie lotto (e altri giochi di cui lo stato è monopolista) slot machine e macchinette che si trovano in ogni angolo un po’ riparato dei nostri bar. A ciò si aggiunga l’enorme offerta di giochi a scommessa presente sul web che permette di accedere in modo più anonimo a gambling di tutti i tipi e per tutte le tasche.

In un simile humus è normale che almeno 1 italiano su 2 abbia provato almeno una volta l’emozione del gioco d’azzardo nell’ultimo anno.

Non è difficile capire perché lo Stato si tiene il monopolio di tale settore e perché la criminalità organizzata non manca di cercare di controllarne una parte. Il volume d’affari è spaventosamente alto: si parla di cifre fino a 80 miliardi anno solo per l’Italia. Ma le implicazioni negative per la salute pubblica causate da questa dipendenza non sono meno alte e ignorarle o sottostimarle può avere effetti devastanti per i singoli e per la comunità tutta.

Il problema non è ovviamente chi si limita a giocare poche volte all’anno rimanendo consapevole che il gioco non può essere una fonte di reddito o di soddisfazione emotiva, ma va considerato come un passatempo fine a se stesso senza reali benefici che quelli appunto di passare un po’ di tempo senza altre pretese.

Purtroppo il gioco può diventare una problematica psichiatrica né più né meno di una qualunque altra droga chimica in quello spettro di dipendenze oggi catalogate dalla medicina come dipendenze senza sostanza.

La nostra società fa ancora fatica a riconoscere la patologia di questi comportamenti compulsivi e la pericolosità per la salute che essi comportano.
Purtroppo il sottovalutare questa forma di dipendenza non serve ad altro che a renderla più pericolosa e portare molte migliaia di persone alla rovina sia psichica che economica.
Le statistiche sul problema in Italia non sono facili da trarre perché la dipendenza da gioco è una problematica che tende a restare molto nascosta per vergogna o per sottostima della sua reale natura di patologia mentale.

Così sappiamo di avere, nel 2015, 12.376 persone in cura nei servizi (fonte Pietro Malara, della direzione generale Prevenzione sanitaria del ministero della Salute) ma alla luce di vari indizi si stima che i dipendenti da gioco o persone fortemente a rischio possano essere un numero che va dai 500.000 all’oltre 1 milione, il che vuol dire dal 2 al 4% della popolazione complessiva. Lo stesso Ministero fatica a trarre conclusioni certe nonostante il suo continuo monitoraggio del territorio.

Sempre dati del ministero confermano che le fasce d’età più a rischio sono i minori e le persone anziane, ma il problema tende ad essere diffuso a tutte le fasce di età e le diverse classi sociali.

Il problema della ludopatia è andato crescendo in questi anni perché si offre in una veste apparentemente non solo non pericolosa ma addirittura benefacente.
Il giocatore viene sedotto dalla promessa di facile guadagno oltre che dall’effetto rilassante che dà il gioco come fonte di passatempo. Per questo molte persone cadono nel gioco in modo quasi impercettibile e finiscono per sviluppare la dipendenza senza accorgersene.

A ciò si aggiunge la carenza di cultura specifica su questo problema cui oggi si sta cercando di porre rimedio con campagne di sensibilizzazione sui rischi.
Nonostante ciò le risorse investite sono ancora molto basse, basti pensare che la legge finanziaria 2014 stanziò solo 50 milioni per la cura delle ludopatie in Italia.
In tal senso sia l’Italia che l’Europa devono fare ancora molto per affrontare questa nuova emergenza che la dipendenza da gioco rappresenta.

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